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Messaggio di Pace: Yigal Brooner
post pubblicato in Lettere, il 5 ottobre 2008
Sarà vecchia di anni e scritta e riscritta su vari blog di tutto il mondo, ma questa, secondo me è una delle più belle lettere di pace scritte da chi la guerra la vive e la rinnega ogni giorno come meglio può...

 «Caro generale, non tirerò il grilletto»
Lettera dal carcere ai generali israeliani del professore di sanscrito, riservista e «refusenik» Yigal Bronner: «Se i 'bisogni' militari ci inducono ad assediare, dare la caccia, affamare un intero popolo,
allora questi 'bisogni' sono terribilmente sbagliati. Quindi disobbedirò alla Vostra chiamata»

Caro Generale,

nella Sua lettera mi ha scritto che «data la guerra
continua in Giudea, in Samaria e lungo la striscia di
Gaza, e in considerazione di bisogni militari», io
sono chiamato a «partecipare in operazioni
dell'esercito» in Cisgiordania.

Scrivo per dirLe che non intendo obbedire alla Sua
chiamata. Durante gli anni '80, Ariel Sharon impiantò
decine di colonie nel cuore dei territori occupati,
una strategia il cui scopo ultimo era la sottomissione
del popolo palestinese e l'espropriazione delle sue
terre. Oggi queste colonie controllano quasi la metà
dei territori occupati e strozzano le città e i
villaggi palestinesi, oltre a ostacolare - se non
proibire del tutto - gli spostamenti dei residenti.
Sharon è ora primo ministro, e durante quest'ultimo
anno avanza verso lo stadio definitivo dell'iniziativa
che avviò venti anni fa. Infatti, Sharon ha dato
l'ordine al suo lacché, il ministro della difesa, e da
lì è passato lungo la catena del comando. Il capo di
stato maggiore ha annunziato che i palestinesi
costituiscono una minaccia cancerogena e ha ordinato
che si applichi loro una chemioterapia. Il brigadiere
ha imposto coprifuoco senza limiti di tempo, e il
colonnello ha ordinato la distruzione dei campi
palestinesi. Il comandante di divisione ha collocato
dei carri armati sulle colline in mezzo alle loro
case, e non ha concesso alle ambulanze di evacuare i
loro feriti. Il tenente colonnello ha annunciato che i
regolamenti per aprire fuoco sono stati emendati per
consentire di aprire il fuoco indiscriminatamente. Il
comandante del carro, a sua volta, ha individuato un
gruppo di persone e ha ordinato al suo artigliere di
lanciare un missile. Io sono quell'artigliere, sono
una piccola vite in una perfetta macchina di guerra.

Sono l'ultimo annello, il più piccolo, nella catena di
comando. Dovrei semplicemente eseguire gli ordini -
ridurre la mia esistenza al livello di stimolo e
risposta, sentire il comando «fuoco!» e tirare il
grilletto, per portare il piano generale a compimento.
E dovrei fare tutto ciò con la semplicità e la
naturalezza di un robot, che - tutt'alpiù - sente il
tremore del carro quando il missile viene lanciato
verso il bersaglio.

Ma come ha scritto Bertolt Brecht: «Generale, l'uomo è
molto utile, sa volare e sa uccidere. Ma ha un sol
difetto: sa pensare». E davvero, generale, chiunque tu
sia - colonnello, brigadiere, capo di stato maggiore,
ministro della difesa, primo ministro, o tutti questi
insieme - io so pensare. Forse non sono capace di
molto altro. Confesso di non essere un soldato
particolarmente dotato o coraggioso, non ho un'ottima
mira, e le mie abilità tecniche sono minimali. Non
sono neanche molto atletico, e la divisa non si
addatta bene al mio corpo. Ma sono capace di pensare.
Vedo dove Ella mi sta portando. Comprendo che noi
uccideremo, distruggeremo, ci faremo male, moriremo, e
che non se ne vedrà la fine di tutto ciò. So che la
«guerra continua» della quale Lei parla, andrà avanti
sempre.

Vedo che, se i «bisogni militari» ci inducono a porre
sotto assedio, dare la caccia, ridurre alla fame un
intero popolo, allora c'è qualcosa in questi «bisogni»
che è terribilmente sbagliato. Quindi sono costretto a
disobbedire alla Sua chiamata: non tirerò il
grilletto. Non m'illudo, naturalmente: Lei mi scanserà
come una mosca, troverà un altro artigliere - uno più
obbediente e capace di me. Simili soldati non mancano.
Il Suo carro continuerà ad avanzare, un tafano come me
non può fermare un carro armato, né una colonna di
carri, né tanto meno un'intera marcia di follia.

Ma un tafano può ronzare, infastidire, urtare, e a
volte mordere anche. Prima o poi altri artiglieri,
carristi e comandanti, osservando le uccisioni senza
senso e il ciclo senza fine di violenze, cominceranno
a pensare, a ronzare. Siamo già centinaia, e alla fine
del giorno il nostro ronzio sarà diventato un ruggito
assordante, un ruggito che echeggerà nelle Sue
orecchie e in quelle dei Suoi figli. La nostra
protesta sarà inserita nei libri di storia per le
generazioni future. Quindi, generale, prima di
scansarmi, forse anche Lei dovrebbe incominciare a
pensare.

In fede,
Yigal Bronner

(liberamente tratto dal sito
www.noglobal.org)

Shin



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permalink | inviato da clandestinodellavita il 5/10/2008 alle 19:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
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